“LA PSICOLOGIA DEL SOCCORSO”

 

1.      LA PSICOLOGIA COME SCIENZA 

Probabilmente da millenni l’uomo si è interrogato ed ha cercato di rispondere a domande su sue stesso, sulla natura del proprio comportamento e della propria vita di relazione, affrontando problemi che possiamo ritenere di ordine strettamente psicologico. Nel nostro tempo, forse a causa della complessità della struttura sociale attuale e della conseguente amplificazione dei fenomeni concernenti la vita di relazione, l’interesse per la psicologia è enormemente diffuso e pervade numerosissimi aspetti della vita interiore ed affettiva, della vita di relazione, della convivenza sociale, del mondo lavorativo e dello sviluppo della conoscenza scientifica. Problemi o temi di carattere psicologico sono costantemente presenti nell’informazione di massa, nella divulgazione della conoscenze scientifiche, così come nei discorsi quotidiani di molte persone: la psicologia è probabilmente una delle branche della scienza maggiormente citate nel linguaggio comune. A questa diffusione della psicologia fa certamente riscontro l’analoga diffusione di una certa presunzione di competenza attribuibile al fatto che ognuno di noi si considera un buon psicologo nella  misura in cui ritiene di saper comprendere o interpretare il comportamento, il pensiero o gli atteggiamenti altrui, oppure ritiene di “conoscere gli uomini”. Ne discende così un’immagine della psicologia come somma di buon senso e di conoscenze empiriche e soggettive che consentono di spiegare prevedere il comportamento umano nei suoi vari aspetti. Tuttavia quindi si tenta di estrapolare dall’opinione o dal linguaggio comuni una definizione della  psicologia, allora ci si scontra con una pericolosa eterogeneità di significati: per alcuni la psicologia studia il comportamento e le reazioni dell’uomo, per altri essa studia la psiche o la mente umana, per altri ancora l’intelligenza o il carattere o gli affetti, oppure le emozioni umane, o ancora i rapporti interpersonali oppure, infine, i disturbi mentali e comportamentali. Così, secondo l’opinione comune, lo psicologo è colui che “capisce le persone”, che sa spiegare le ragioni di comportamenti inconsueti o, addirittura, colui che riesce a frugare nella mente dei propri simili. Il solo dato comune è il riferimento all’uomo, inteso come individuo connotato da quelle caratteristiche precipue che completano e travalicano la sua entità biologica. Ma una simile eterogeneità di definizioni rischia talvolta la perdita di significato, se non addirittura l’equivocità e la confusione (la psicologia può riguardare tutto e niente); certo essa non costituisce un solido presupposto per uno studi scientifico della materia. D’altra parte, poiché recentemente la psicologia ha affrontato temi e campi di applicazione sempre nuovi, si sono venute creando discipline psicologiche diversificate che raccolgono teorie e conoscenze specifiche riguardanti i vari settori applicativi: la psicologia infantile, la psicologia dell’apprendimento , quella sociale, del lavoro, la psicologia clinica, ecc. Così, anche da un punto di vista scientifico, risulta difficile pervenire ad una definizione unica che non pecchi di genericità. Dovendo tuttavia delimitare il campo di studio di cui ci occuperemo possiamo definire, in termini generali, la psicologia come quella branca della conoscenza che si occupa dello studio scientifico del comportamento – umano ed animale- e delle leggi e dei processi che lo determinano, nonché dei metodi e delle tecniche che consentono  di analizzare ed interpretare secondo criteri scientifici tali fenomeni oggetto di studio. Una simile definizione è certamente comprensiva di tutti i più importanti fenomeni studiati dalla psicologia ed è sufficientemente precisa per evitare equivoci o confusioni, tuttavia  essa introduce il problema rilevante di definire ulteriormente il termine “comportamento”. Infatti qualsiasi manifestazione di attività in un individuo ( dal semplice atto  motorio quale il  movimento di una mano, all’azione organizzata e finalizzata come la guida di un’auto, fino ai più complessi  pattern di condotta quali l’aggressività o le manifestazioni affettive ) può essere considerato comportamento. D’altra parte una simile definizione può non mettere in sufficiente risalto quel complesso di fenomeni  non direttamente osservabili, quali processi cognitivi e la vita psichica interiore, che tuttavia concorrono in misura rilevante a determinare il comportamento di un individuo. Non è dunque così facile definire il campo di studio della psicologia riferendoci esclusivamente ad eventi direttamente osservabili ed obiettivi  senza assumere in modo aprioristico, come realmente esistenti, concetti astratti come quelli di “psiche”, “personalità”, “carattere”, ecc. 

2.      I PROBLEMI PSICOLOGICI DELLA OSPEDALIZZAZIONE

 Nei processi di adattamento (o disadattamento) del malato alla sua situazione morbosa, la eventualità di un ricovero in ospedale costituisce un problema ulteriore, un fattore che complica e aggrava il vissuto di malattia nel paziente stesso ed induce anche reazioni ansiose nel suo ambiente  familiare. Il ricovero in ospedale costituisce un problema generale per ogni persona, qualunque sia la sua età e la causa del ricovero: per tutti infatti il distacco dall’ambiente abituale, la separazione dai familiari, l’inserimento in un ambiente pieno di persone bisognose o sofferenti, costituisce un trauma che può essere più o meno evidente  ma che è sempre presente. Il ricoverato non solo interpreta il ricovero come indice di gravità della malattia ma si sente inoltre meno padrone di sé stesso, avverte di essere divenuto dipendente dalle decisioni, dalle cure, dal volere di altri e questa sensazione contribuisce a renderlo più timoroso e più diffidente; occorrerà del tempo perché egli si adatti all’ambiente ospedaliero e cominci a sentirsi protetto e ad avere fiducia. Questo processo di disadattamento iniziale, che è normale e comprensibile, può essere reso più semplice e più breve o – al contrario- più complicato e prolungato, dal tipo di organizzazione ospedaliera e dal tipo di comportamento del personale assistenziale. Spesso l’organizzazione non tiene conto delle esigenze individuali, è anonima ed impersonale, funziona come una macchina magari perfetta ma del tutto estranea ed incomprensibile al paziente che si sente prigioniero di un ingranaggio sconosciuto; altre volte il personale sanitario ed assistenziale, pur tecnicamente preparato in modo ineccepibile, contribuisce a dare al paziente la sensazione di un rapporto impersonale e standardizzato.  

3.      REAZIONI PSICOLOGICHE ALLA MALATTIA E ALL’OSPEDALIZZAZIONE NELL’ADULTO

La malattia, anche nel suo apparire iniziale con i primi sintomi è un evento ansiogeno: l’ansia può generare nella persona tutta una serie di reazioni psicologiche e organiche che hanno lo scopo di cercare l’equilibrio.  Una prima reazione, che è normale nel comportamento infantile anche al di fuori della malattia ma che tende a comparire anche nell’adulto quando ha paura dell’evento morboso, è la negazione e cioè la volontà di ignorare la malattia, il non voler rendersi conto delle proprie compromesse condizioni di salute ovvero RIFIUTO. Accanto alle forme di vera e propria negazione possiamo rilevare altre forme di resistenza alla malattia ; in questi casi – a differenza di quelli di negazione – la persona è cosciente di essere affetta da certi sintomi ma continua la sua vita normale come se questi non esistessero.  Da ricerche effettuate si è potuto riscontrare che questa “resistenza” alla malattia varia a seconda della personalità individuale e dall’ambiente di appartenenza; per esempio è particolarmente diffusa in certi ambienti tradizionali, come l’ambiente rurale, ove la malattia è equiparata alla fatica e al dolore e ove, quindi, una resistenza ad essa viene valutata positivamente, come indice di forza di carattere. Anche in ambienti del tutto diversi e fra persone di altra preparazione può accadere un fenomeno analogo; è il caso delle persone molto impegnate in ruoli di responsabilità che sono (o si credono) indispensabili e insostituibili e che resistono alla malattia perché cedere ai primi sintomi è percepito come debolezza,e la debolezza è temuta perché contrapposta alle caratteristiche del ruolo di responsabilità che esse occupano.  Altre volte la motivazione che sta alla base della resistenza ad accettare la malattia è proprio l’opposto di quelle che abbiamo ricordato: il paziente teme l’ignoto rappresentato dalla diagnosi del medico, oppure nutre una paura magica per gli interventi terapeutici e anche quando il paziente si sarà deciso a recarsi dal medico questa resistenza tornerà a manifestarsi, spesso come negligenza o rifiuto delle cure prescritte.  Un tipo di reazione psicologica del tutto opposta è la reazione ipocondriaca: il paziente va dal medico a denunciare dei sintomi non ben chiari, mutevoli, è esageratamente preoccupato per la sua salute, non si dà pace sin quando non ha avuto una diagnosi precisa.  Una volta che la malattia si è affermata sicuramente ogni paziente si trova coinvolto in una situazione inquietante a cui reagirà a seconda della sua personalità, in modo attivo o passivo, adeguato o inadeguato.  Effettivamente una sofferenza di cui non si conosca la causa è estremamente ansiogena, mentre quando ne è stata  diagnosticata l’origine, diviene più sopportabile. Non sempre la diagnosi viene vissuta in modo obiettivo essa infatti , per quanto il medico cerchi di comunicarla in termini oggettivi e comprensibili, potrà assumere un significato particolare per ogni paziente perché egli potrà  trarre da fonti inconsce le sue nozioni sulla malattia, che possono perciò essere alterate da tipiche deformazioni infantili.  L’influenza di esperienze passate, infatti, può essere tale da impedire la corretta percezione di un fatto attuale. Per esempio se le esperienze precoci hanno messo in contatto un bambino con un invalido, è possibile che egli, anche in età adulta, viva ogni malattia come invalidante. Influssi di carattere inconscio possono intervenire anche nella percezione che il paziente ha dei vari sintomi da cui è affetto.  Il dolore, che molto spesso viene considerato come il fatto dominante della malattia, talvolta non viene valutato obiettivamente , ma provoca forti ansie per la sovrapposizione ad esso di profondi timori irrazionali. Il sentimento che si associa al dolore può essere la paura (allora il paziente apparirà estremamente ansioso), la tristezza ( e potrà presentare tratti depressivi) o la collera (si manifesterà in lui la ribellione contro la sofferenza).  Reazioni spropositate si verificano talvolta nel caso di emorragie di qualsiasi tipo e questo è comprensibile se si pensa che il sangue viene vissuto come sostanza vitale e quindi una sua perdita può evocare timore di morte. Talvolta poi la presenza del sangue appare minacciosa perché in grado di evocare fantasie inconsce di violenza, inflitte al paziente o dal paziente ad altri.  Accade anche che metodi educativi per i quali malattie e interventi medici venivano prospettati dai genitori al bambino come mezzi punitivi, possano aver creato nel paziente concetti distorti che inconsciamente avranno ancora influenza su di lui.  Il paziente tende a ritenere che la malattia sia un castigo meritato per qualche sua colpa non ben definita. Questo sentimento di colpa legato ad un bisogno inconscio di espiazione gli renderebbe più difficile la guarigione. (Ossessione religiosa)  Un modo opposto di reazione alla malattia è quello di attribuire la colpa agli altri. A volte questo avviene perché il malato non riesce a reggere il peso della malattia e proietta su di altri la responsabilità della sua condizione. può accusare i familiari oppure rivolgersi contro il medico o il personale sanitario incolpandoli di non avere ben compreso la sua malattia o di curarlo in modo errato. Il comportamento migliore nei confronti di questi malati consiste nell’evitare ogni forma di contro-aggressione in risposta alle loro accuse ingiuste.  Alcuni pazienti tendono a cadere in uno stato depressivo si abbattano, ritengono che la loro malattia provochi un cambiamento definitivo nella loro vita, Essi non riescono più a fare progetti per il futuro.  Molto spesso la depressione è presente anche se il malato tende a nasconderla e apparentemente sembra fiducioso nella guarigione e proteso verso il futuro.

 4.      REAZIONI PARTICOLARI DEI PAZIENTI IN RELAZIONE AI SINTOMI

I sintomi hanno valore in sé, per il disagio che comportano, ed anche per il valore simbolico che rivestono. E’ noto che ogni organo ed apparato dell’organismo ( e quindi ogni disturbo che riguarda un organo o un apparato) possiede un suo valore simbolico tramandato da sempre nella coscienza e nell’inconscio collettivo.  Così, per fare un esempio, il cuore realtà organica della vita, sede simbolica di affetti ed emozioni, possiede agli occhi del malato una moltitudine valori. E’ questo il motivo per cui qualunque patologia cardiaca, anche indipendentemente dalla sua gravità obiettiva, tende ad essere percepita sempre come una compromissione grave di tutta l’esistenza o almeno come una situazione che comporta un alto margine di rischio.  Lo stesso avviene per quanto riguarda il cervello, sede reale e soprattutto simbolica della ragione, della consapevolezza e del controllo che ogni individuo può esercitare su se stesso e sull’ambiente che lo circonda.  Le malattie cerebrali tendono, infatti ad essere percepite come gravi menomazioni che,, lasciano il paziente privo di qualche precedente capacità. anche quando guariscono.  Altri organi ed apparati del nostro corpo sono, invece, comunemente percepiti come  “marginali” e dissociati rispetto all’intero organismo. Infatti questi organi ed apparati rivestono, a livello inconscio, un minor valore simbolico, e pertanto le malattie, soprattutto in forma lieve, che li colpiscono non vengono caricate dai pazienti di un elevato valore emotivo. (gravità della patologia dell’organo periferico) Altri pregiudizi , profondamente radicati soprattutto in alcune culture, attribuiscono a certe malattie un valore di vera e propria colpa, oppure negano a certe malattie il significato di evento morboso.  E’ il caso delle malattie genitali maschili ( che si originerebbero solo da eccessi di carattere sessuale) o ,delle malattie ginecologiche più lievi ( che molto spesso non vengono ritenute vere malattie ma “disturbi”).  Per alcune malattie, poi esiste un diffuso stereotipo di incurabilità ed inguaribilità.  Questo stereotipo resiste anche alla conoscenza dei successi terapeutici che la medicina moderna sta , sia pur lentamente, accumulando in proposito : è il caso dei tumori e delle malattie mentali. In questi casi l’opinione pubblica mantiene un atteggiamento fatalistico, a sfondo nettamente pessimistico, che – si badi bene- pur condizionando il malato, la sua famiglia, il suo entourage, non esclude i tentativi più disparati di guarigione e magari neppure la speranza “magica” riposta in guaritori e ciarlatani.  Nelle situazioni di malattia è sempre in atto un certo grado di regressione che rende il malato più dipendente e nello stesso tempo più egocentrico, più timoroso ed attento a tutto ciò che sembra minacciare il suo adattamento. Anche se la malattia raramente mette a rischio la nostra vita essa turba comunque la nostra stabilità emotiva perché sfugge al nostro controllo. Inoltre essa riduce la nostra libertà e la nostra autonomia, ci avvicina all’esperienza del dolore e della sofferenza, al timore della dipendenza, della differenza ed infine come ultima ratio della morte.  E’ facile sorridere dei timori esagerati dei pazienti, della loro ignoranza in fatto di medicina. E’ facile irritarsi per la loro inosservanza delle prescrizioni e per l’insistenza con cui richiedono di essere assistiti non bisogna dimenticare, però, che il comportamento del paziente, con le sue esagerazioni o stranezze, non è altro che la risposta al tipo di assistenza che la società gli offre e a volte al rapporto con i terapeuti. Il rapporto del paziente con i medici e i paramedici non è un fattore irrilevante nella esperienza di malattia. Infatti esso ne costituisce una componente essenziale e può influenzare anche in modo molto sensibile, a volte decisivo, le possibilità del paziente di sopportare la malattia stessa, di capire quel che deve fare, di adattarsi alla sofferenza e di mantenere la speranza nella guarigione. Risulta quindi ovvia la necessità di considerare anche il rapporto degli operatori sanitari con i pazienti nei suoi aspetti psicologici oltre che in quelli organici.

CROCE BIANCA MILANO SEZ.VIALBA - FORMAZIONE & SVILUPPO DEL SOCCORRITORE